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	<title>The Sailing Times &#187; diporto</title>
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		<title>Riviste e diporto</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 23:01:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Vettese</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Non voglio aggiungermi a quelli che scrivono che per anni abbiamo cavalcato un successo artficiale, dovuto a un mercato drogato e che adesso è finita pronunciando un ipocrita mea culpa.  Non è pudore, anche perchè non sono mai stato complice fino in fondo del sistema: ho sempre conservato l&#8217;ironia e il distacco per non credere fino in fondo che il mercato del &#8220;lusso&#8221; o del &#8220;lifestyle&#8221; erano, sono, vita reale. Ho capito che erano un mercato, ho proposto al mio ex editore una rivista che ne cogliesse le opportunità economiche e abbiamo realizzato qualcosa di veramente innovativo che interpretava anche il lusso editoriale di un packaging esclusivo. La riflessione era che non si può scrivere di barche di lusso e accettarne la pubblicità su un supporto da poveri.  Il mercato delle barche di lusso è esploso peggio degli altri, e sembrava che non dovesse finire mai.<br />
La nautica vera però è fatta di molte altre cose, anche se la sua immagine è spesso identificata con le poche decine di barche che affollano la Costa Smeralda. Perchè ce ne sono migliaia possedute da gente del tutto normale: una flotta di pensionati, pre pensionati, appassionati, ragazzi, ragazzi di cinquanta anni, che possiede la barca per la sua vera destinazione d&#8217;uso: vivere il mare.<br />
Nel mio recente passato di direttore di rivista nautica (anzi tre), più di una volta sono stato &#8220;ripreso&#8221; per la mia eccessiva sincerità nei confronti del sistema marketing &#8211; industriale della nautica da diporto. In poche parole credo che il pubblico abbia un sesto senso per comprendere i valori concreti e che alla fine la continua e persistente proposta di quello che non va (per esempio le barche senza tradizione e qualità) abbia finito per rendere &#8220;in-credibili&#8221; le riviste. Può sembrare senno di poi ma non lo è: una affermazione che ho fatto qualche Salone di Genova fa, in un convegno sulla comunicazione in cui ho provocato la ribellione di una certa parte dell&#8217;uditorio dicendo che i cantieri attraverso le loro pressioni ci stavano costringendo a scrivere &#8220;follie&#8221; e che presto non ci avrebbe più creduto nessuno, infatti i lettori sono sempre meno. La crisi certo ha una colpa, ma anche la  difficoltà di credere a quello che è scritto. Oggetti sul mercato da anni che vengono proposti come &#8220;il primo al mondo, il più tecnologico&#8221;. Sono nati marchi che erano &#8220;l&#8217;espressione di una artigianità maniacale, taylored sull&#8217;armatore&#8221; che altro non erano che barche costruite su stampi a fine carriere dismessi dai cantieri migliori. <br />
Il web, grazie ai suoi costi ridotti, attraverso le comunità spontanee ha cominciato a scrivere qualche verità. Sul Web non arriva il responsabile marketing a dire &#8220;allora se non scrivi che la mia barca fa 33 nodi ti tolgo la pubblicità&#8221;. I cantieri non hanno capito che dovevano, devono, sostenere le riviste nella loro credibilità se vogliono dare valore alle loro pagine pubblicitarie.
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