Matteo de Nora, l’anima kiwi

America's Cup, Sport — By on 29 settembre 2019 20:20

Non tutto il popolo dei velisti conosce Matteo de Nora, un italiano di nascita con molti passaporti, la passione della vela e soprattutto della Nuova Zelanda  e della Coppa America.  Matteo ha iniziato a sostenere Team New Zealand dopo l’America’s Cup del 2000, fondando il “Mates Group of Supporters” e da allora non ha mai smesso di voler bene a Grant Dalton e ai suoi ragazzi. Sono state gioie e dolori, come la separazione da Dean Barker, per cui era un grande amico, dopo la sconfitta di San Francisco.
Negli anni il suo coinvolgimento, anche economico, è cresciuto e ha sostenuto il team nella partecipazione alla Volvo Ocean Race del 2011-12 e nelle edizioni della America’s Cup 34 e 35.
Con il suo supporto e collaborazione il team ha vinto la Coppa nel 2017 alle Bermuda, tre volte la Louis Vuitton Cup (2007-2013-2017), le Louis Vuitton Pacific Series, la Louis Vuitton Trophy Regattas (2009-2010) e il campionato MedCup nelle stagioni 2009-10. Ha praticato molti sport: è velista di grande esperienza, ha navigato tutti gli oceani con le sue bellissime barche a vela, sempre presenti sui campi di regata della Coppa. Nel 2011 il Governo neozelandese gli ha assegnato per il suo supporto alle campagne per l’America’s Cup della Nuova Zelanda e la ricerca medica neurologica il grado di Companion dell’Ordine del Merito della Nuova Zelanda.

Matteo de Nora, cosa si aspetta la Nuova Zelanda da questa Coppa edizione numero 36?

Molte cose…. La prima di poter rivincere e poi di riuscire in un progetto di diffusione della vela, che spieghi che non è uno sport di èlite. Una parola che usiamo spesso è “inclusive”. Ora cerchiamo  di riuscire a diffondere la  Coppa nelle televisioni di libero accesso, senza canone. Per noi così diventa un centro di costo e non di profitto come è stato nella altre volte, ma ovviamente ci aspettiamo una resa in termini di pubblico. Metteremo degli schermi in tante città, anche piccole, in tutta la nuova Zelanda in modo che la gente possa partecipare in gruppo. Prima della Coppa faremo di nuovo un road show come quello del dopo vittoria in tante cittadine per presentarla e spiegarla. Questo di portare la vela ovunque, sebbene in Nuova Zelanda sia già uno sport molto diffuso, è una delle nostre priorità.

A questo proposito non le pare che il pubblico si connetta più agli uomini che alle tecnologie? Nella auto Ferrari resta ogni giorno l’eredità umana di Enzo Ferrari.

Vero, ma non sono più i tempi di Dennis Conner contro John Bertrand e i team stessi sono dei trade mark, delle nazionali. Con le regole di nazionalità vogliamo ottenere proprio una identificazione del pubblico.

Le barche scelte paiono molto estreme

Ci sembravano estremi anche i primi foils ma abbiamo visto cantieri costruire motoscafi con i foils e barche a vela con i foils. E’ indubbio che la nostra idea della Coppa America sia che non deve essere una regata come le altre: deve essere il top dal punto di vista tecnologico.  Anche a costo di avere meno partecipanti e per renderla più difficile abbiamo fatto delle scelte volutamente un po’ estreme. Nella scelta della barca pensiamo di aver fatto qualche cosa che potrà essere usato in futuro nelle barche commerciali.  Le barche sono molto innovative e necessitano di un nuovo assetto in navigazione. Ci aspettiamo dalla ricerca risultati tecnicamente all’avanguardia e trasferibili alle imbarcazioni da diporto.

C’é preoccupazione per la sicurezza. Le barche surrogate viste finora paiono instabili. Questi nuovi monoscafi saranno migliori dei catamarani? 

Le barche di prova degli altri team hanno dimostrato il valore del concetto degli AC75 nonostante, essendo barche di piccole dimensioni, tendano a comportarsi come delle derive e siano quindi più portate a scuffiare. Gli AC75 essendo di dimensioni maggiori saranno più ‘docili’ e perdoneranno più errori rispetto alle barche piccole finora varate. Il principale vantaggio degli AC75 rispetto ai catamarani è che non faranno ‘nose diving’ (ingavoneranno) e l’equipaggio non rischierà di restare intrappolato nel trampolino o nello scafo di sopravvento a molti metri dall’acqua.

Che evento sarà?

Vogliamo fare un evento tipicamente “neozelandese”: bello ma non esagerato. Del resto anche se volessimo farlo non si può…  E’ una questione di cultura, di persone.  E’ tra un anno e mezzo e ogni giorno è stato programmato da qui alle regate.

La grande squadra Emirates Team New Zealand sarà diversa da quella vincente a Bermuda?

La storia dice che rifare la Coppa e rivincerla è molto difficile perché si perdono alcuni stimoli. La squadra era giovane e chiaramente impostata da Grant Dalton che è un leader assoluto. Molte persone sono cresciute e c’è più disponibilità a prendere delle decisioni e responsabilità. La squadra è cresciuta, poi vedremo se nel  senso buono. In questo momento tuttavia la parte più importante è la progettazione della barca.

E il coriaceo Grant Dalton è sempre lo stesso?

Si lo è, è un bene che lo sia è sempre molto coinvolto, sempre dentro ai dettagli sia nell’organizzazione dell’evento che del team e della difesa. Non penso che sia sempre facile mettere un giorno un cappello e un giorno l’altro.. comunque fa anche in tempo ad andare in moto…non può farne a meno.

E’ giusto dire che Peter Burling trasforma tutto quello che tocca in oro?

Intanto la Coppa è d’argento… Questa è una vela diversa, che ci piaccia o meno. Non si usa più la vasca navale ma il simulatore, anche per allenare i velisti. La sua è una generazione diversa, con attitudini diverse. Peter Burling è il miglior talento di questa nuova vela, ma ne verranno altri: ce ne sono sicuramente che non conosciamo. Sono talenti nuovi con caratteristiche diverse. Comunque a vincere è il team, non l’individuo.

Non avere in scena personaggi  che hanno scritto pagine storiche della Coppa come Larry Ellison o Ernesto Bertarelli pare una perdita per lo spettacolo: c’è un posizione polemica nella loro posizione e assenza?

Non penso, mi pare normale e fisiologico. Credo che le persone fisiche abbiano dei cicli: hanno passato 15 anni in Coppa America che è un grosso pezzo della vita di chiunque.  Tutti e due hanno perso la loro ultima sfida concedendo la rivincita al loro sfidante dopo averla vissuta intensamente, io stesso non mi vedo a fare altre tre sfide.  Non è detto che non ritornino, è chiaro che per questioni di età è più facile ritorni Bertarelli. Inoltre proprio perché la vela sta cambiando dovresti cambiare completamente un team, rinnovarlo. E’ più facile fermarsi e ricominciare.

Vi aspettavate più sfidanti?

Mi sarebbe piaciuto vedere gli olandesi, sono professionisti forti. Mi sarebbe piaciuto vedere un team in più ma non tre o quattro perché sarebbe comunque stato a scapito della qualità.  Valencia era molto bello ma c’era un numero di squadre deboli che non hanno aggiunto valore tecnico.

C’è uno sfidante favorito?

Saranno tutti team forti. Io ho l’idea che gli inglesi di Ineos saranno i più temibili: dopo l’esper0ienza di Bermuda non possono sbagliare. Hanno messo a posto alcuni elementi  che non funzionavano, lavorano in silenzio. Sono bravi.

Può commentare i rapporti con il Challenger of Record?

Sono rapporti da professionisti: ognuno dice la sua e poi si trova la strada comune. Il COR è tosto: anche se siamo stati alleati nel passato abbiamo fatto alcune scelte con qualche difficoltà.

Patrizio Bertelli è alla sesta sfida, nessuno come lui finora, neanche Thomas Lipton

Patrizio ha fatto moltissimo per la vela italiana, perché ha tenuto aperta una finestra sulla Coppa America. Dopo la Nuova Zelanda l’Italia resta il paese dove la Coppa America, non dico la vela in generale ma proprio la Coppa America, è più nota. Anche perché ci sono state altre sfide importanti prima di Luna Rossa ed esiste una continuità. Patrizio ha fatto dei progetti diversi ogni volta e io ho molto rispetto per chi propone idee che non sono necessariamente vincenti, come per esempio prendere soprattutto i giovani, ma che contribuiscono moltissimo alla vela… Una battuta? Se tra altre due volte vince a me va bene.

Un confronto tra ETNZ e Luna Rossa?

I team, soprattutto quelli che partecipano da diversi anni, alla Coppa hanno una cultura “resiliente”. Cambiarla è difficile, perché non bastano un paio di innesti per farlo. Il modo in cui vengono prese le decisioni è centrale in questo pattern. Noi abbiamo una struttura, per nostra scelta, molto orizzontale e non sempre ne io ne Dalton siamo completamente coinvolti. Dall’esterno sembra che Luna Rossa abbia una struttura più verticale che arriva sempre fino a Patrizio. Non è detto che non funzioni, sono culture diverse può darsi che vada bene così. Da noi decisioni vengono prese anche a livelli più bassi.

A proposito chi vincerà la Coppa?

La storia dice la barca più veloce vince, poi deve essere la barca più veloce con un certo vento, deve essere la barca più veloce con un certo vento rispetto all’avversario di quel giorno. Tutti hanno una possibilità e spesso basta una idea giusta su una barca, un’idea inedita per farla vincere. Il segreto sta nel fare una barca polivalente che non sia in fuori gioco in alcune condizioni: tra 500 giorni lo sapremo.

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