La barca più brutta

Architettura, Barche, Motore — By on 28 maggio 2010 15:03

E’ a La Maddalena uno degli oggetti naviganti più inguardabili che siano stati concepiti. Il passato, e anche il presente, ci ha proposto barche veramente brutte, ma almeno avevano l’attenuante di non avere nessuna firma e nessuna ambizione: erano il frutto di fantasie personali. Il pubblico di fronte a questa creatura di nome Ocean Emerald si sente costretto ad annuire, anzi stupire. Il motivo sta nella firma. Grande architetto, grande designer che si esprime a suon di conferenze stampa e che muove una corte rinascimentale di bravi ragazzi e ragazze che lo seguono con il nasino per aria. Si chiama sir Norman Foster, ed effettivamente è uno dei maestri dell’architettura contemporanea, ha scritto pagine interessanti nelle grandi opere londinesi e mondiali: torri, grattacieli, restauri. Ma andar per mare è una storia diversa, come sappiamo. E questa barca non solo è brutta da vedere, rolla anche da ferma per le sue grandi sovrastrutture. C’è qualcosa di buono? Si, il dentro non corrisponde al fuori, nel senso che gli spazi e gli arredi, le luci, sono gradevoli e lontani dal kitch consueto delle navette a motore, dove sembra spesso che le lezioni del design contemporaneo siano dimenticate e che si possa esprimere solo lo stile “ottone e radica”. Lo stile di arredo in realtà è molto simile  alla new age minimale proposta una decina di anni fa da alcuni progetti di restauro. Insomma sir Norman Foster ci ha deluso. E tanto. E più di lui tutti quelli che, solo perchè è baronetto, pensano abbia ragione.

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6 Comments

  1. massimo franchini scrive:

    Ciao Antonio,
    Sono assolutamente d’accordo con te. A conferma di quanto dico ti allego il commento che mandai a Franco Michienzi, direttore di Barche, in risposta al suo editoriale di Maggio 2009 nel quale, come noi, cercava di “denudare il re” anzi..il baronetto.

    Continua così !

    LA BELLA BARCA

    Caro Franco, questa volta l’hai fatta proprio grossa: sei ricaduto nel vecchio vizio di parlare a costo di dire la verità.
    Il problema però non è questo, anche perché tu questo vizio non l’hai mai perso.
    Il problema è che tu hai detto una tua verità, molto soggettiva e per questo, forse, ancora più dirompente: tu hai serenamente affermato che l’OCEAN EMERALD; la barca progettata da sir Norman Foster non ti piace. Non hai criticato il progetto, non hai detto che è brutta.. Hai detto quello che ne pensavi tu lasciando agli altri (in primis all’armatore che l’ha ordinata e suppongo pagata) il diritto di pensarla diversamente.

    Detta così, come dite voi giornalisti “non c’è notizia”. Invece a mio parere c’è eccome.

    Intanto perché tu sei un direttore di una rivista nautica che vive di pubblicità, compresa, immagino, quella del cantiere costruttore della barca in questione e non è normale nel tuo ambiente criticare i “clienti”. Poi perché, trattandosi del lavoro di un’Archistar indiscussa, sei andato contro il conformismo dilagante che delega ai “guru” la decisione su quello che è bello e che non lo è (per la verità i termini usati in genere sono trendy, alla moda, giusto, corretto, figo, ecc…) in quanto del bello ultimamente non pare che gliene freghi nulla a nessuno e soprattutto, si è perso un “codice” comune per discernere il bello dal brutto come se questa sensibilità fosse una faccenda da specialisti ed addetti al lavoro

    Detto questo devo però rilevare che nelle tue poche righe hai dato anche qualche spiegazione del tuo secco giudizio negativo; hai detto che la barca di Foster “… ispira inquietudine, disagio e apprensione…” e poi hai parlato della necessità di trovare equilibrio ed esprimere la complessità dell’oggetto barca.
    Tu sai che in passato abbiamo avuto discussioni e alcuni aspri confronti di idee; Beh, questa volta sono completamente d’accordo con te. Anche a me la barca di Foster non piace ed anche a me trasmette gli stessi sentimenti negativi.

    Partendo da questi spunti e su tua sollecitazione vorrei, a questo punto, provare ad esprimere un mio modesto parere sulle tendenze del design nautico

    Innanzitutto vorrei sottolineare che, per dare un giudizio corretto sul lavoro di qualunque progettista, bisogna conoscere le specifiche (credo che si dica breef) imposte dal committente: Per assurdo se il cliente avesse chiesto a Foster una barca inquietante questi avrebbe svolto magnificamente il suo lavoro. In questo caso, immagino che, come nella maggioranza dei casi in cui il cliente si rivolge ad un “guru” dell’architettura, le richieste più comuni sono quella di “fare qualcosa di diverso” o di stupire o, nella migliore delle ipotesi, “di innovare”. Se così fosse ribadisco che, a prima vista, l’operazione è riuscita perfettamente.
    Ma se analizziamo un po’ più a fondo questo aspetto, ci rendiamo conto che, anche se è vero che rispetto agli stilemi classici (concetto che uso per convenzione ma che ritengo quasi privo di significato) l’OCEAN EMERALD poco ci azzecca. Questo non significa che sia qualcosa di assolutamente nuovo. Semplicemente sono diversi i modelli formali utilizzati.
    Per essere chiari, Foster ha utilizzato dei riferimenti estetici (e funzionali) edilizi anziché nautici. Esattamente come Philiph Stark si è riferito a forme militari ancora più specializzate nel progetto di “A” e così come gli stilisti delle case automobilistiche usano modelli antropomorfi per i “musi “ delle loro auto per conferire loro carattere e personalità umane; simpatia, autorevolezza, aggressività, ecc… In buona sostanza cercano di dare riconoscibilità a prodotti sostanzialmente omogenei usando trucchi formali che, secondo me, poco hanno a che vedere col design.

    Tornando al ragionamento iniziale sulla responsabilità del progettista la questione si potrebbe mettere anche in questi termini; Sono i committenti che, per mancanza di cultura, buon gusto, educazione estetica, equilibrio, ecc. impongono agli architetti temi sbagliati e questi asetticamente eseguono, o è il super-ego di questi ultimi che, lasciati liberi di dare sfogo alla loro arroganza e adeguatamente ricompensati creano totem autoreferenziali ?

    La risposta non è facile e, sicuramente non è univoca. La verità come sempre è complessa e si colloca in qualche punto intermedio di questi due estremi. Però una cosa è sicura e corrisponde ad un altro luogo comune ampiamente conosciuto nelle facoltà di architettura; “gli errori dei medici vanno sotto terra quelli degli architetti svettano per decenni sotto il sole”. e, nel nostro caso; solcano i mari e vanno ad ormeggiarsi nei più suggestivi, romantici e delicati ambienti naturali del pianeta. L’OCEAN EMERALD nasce come capriccio di qualcuno che se lo può legittimamente permettere ma, dopo aver invaso le copertine delle riviste nautiche, occuperà per i prossimi anni questi incomparabili scenari con le sue volumetrie edilizie angosciando, come giustamente sostiene Michienzi, gli amanti del mare e della natura.

    Premesso che il fenomeno dei mega e Ciga-yachts lo ritengo una sorta di “rinascimento nautico” e nessuno, io per primo, vuole limitarlo o ridurlo e che, a prescindere dal risultato estetico, questi mezzi navali sono il frutto del lavoro di migliaia di operai, tecnici, imprenditori, ecc.. dotati di abilità e competenze uniche, pongo l’unico problema di farli più belli possibile e soprattutto, meno “effimeri” e più compatibili con l’ambiente in cui navigano. A questo unico scopo vorrei concludere questa mia sconclusionata analisi, lanciando una provocazione ai miei colleghi (chiedo scusa a sir Foster per essermi per un attimo messo al suo livello) ed alla loro cultura nautica e sensibilità estetica:
    Perché non pensiamo ad una procedura di V.I.A.(valutazione impatto ambientale) che, oltre agli ormai consolidati parametri di rispetto ambientale fisici (rumore, immissione inquinanti ecc) tenga conto anche dell’impatto visivo della barca che stiamo progettando rispetto ad alcune specifiche situazioni ambientali quali, per rimanere in Italia; Portofino, Cala Gonone, Lavezzi, ecc…per verificare se e come si armonizza col paesaggio. In fondo anche questo è inquinamento con l’aggravante che al brutto ci si abitua. Il cattivo gusto dà assuefazione.

    In fondo se in Italia è così generalizzato il gusto del bello è perché ci viviamo in mezzo, lo respiriamo, lo tocchiamo e, in questo modo lo abbiamo affinato nei secoli con un processo lento e complesso di evoluzione per successive approssimazioni. Al contrario ci vuole molto meno per abituarsi al brutto…soprattutto quando è costoso e diffuso e magari lo si chiama LUSSO!

  2. silvano scrive:

    la barca piu brutta mai vista e la portofino 57 in assoluto la peggiore

    • Antonio Vettese scrive:

      Non mi sembra tanto diversa da altri ferri da stiro più o meno disegnati. Forse che lei abbia avuto una disavventura con il Cantiere? Allora non sarebbe una brutta barca, ma qualcosa di diverso, mi sembra.

  3. massimo franchini scrive:

    Mi interessa anche a me sapere cosa le ha fatto il povero Portofino 57? Secondo me nella graduatoria del brutto galleggiante è: N.C.

  4. silvano scrive:

    In effetti la definizione “ferro da stiro” è azzeccata semplicemente manca di originalità la stessa metratura della sessa marine è totalmente diversa e molto piu gradevole (non lavoro per la sessa marine e solo un esempio ) comunque sul mercato le alternative valide non mancano

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